Notte a Porto


Sono a tre ore di aereo da casa. In una stanza d’albergo. Accartocciata tra parete e letto. Con i jeans sbottonati, i calzini usurati sui talloni e un ghigno beota sul viso. Chi è quel deficiente che ha avuto la brillante idea di mettere uno specchio di fronte al letto?
Dall’altra parte del muro la mia compagna di viaggio dorme. Nonostante siano solo le undici di sera era distrutta. Ieri abbiamo discusso pesantemente.

Ho una smania addosso, non posso restare qui. Infilo bottoni e stringhe nei fori giusti, le rubo una presa di tabacco. Ha un’espressione dolce, credo stia sognando. Sto per lasciarle un biglietto ma poi penso che, no, non si sveglierà. Spengo la luce e accosto silenziosa la porta.

Giù per le scale cerco di rollare una cicca ma il filtro ha altri progetti. Gli do un morso, per rabbia. Pare calmarsi. Riprovo seduta davanti alla sala della colazione. Cartina, filtro, tabacco. Sembra muschio. Stringo, arrotolo e lecco. Le labbra screpolate dalla secca aria oceanica sfregano contro la cartina producendo un rumore che ai miei timpani pare assordante. Ma nessuno si alza per protestare. Ne viene fuori una sigaretta. Beh, insomma, con un po’ di fantasia.

Esco dall’albergo. Cazzo, l’accendino! Per strada non c’è un’anima così raggiungo l’unico posto dove so di trovare qualcuno. Chiesa di Trinidade, una dozzina tra barboni e mendicanti conta le monete raccolte nel bicchiere del Mac. Mi guardano indifferenti mentre mi avvicino, anzi, forse fo loro pure un po’ pena. Ho le labbra ricoperte di nivea pelle secca, un herpes in espansione e una tosse da sanatorio thomasmanniano. Mimo il gesto dell’accendere a un vecchio dal cappotto pulcioso e pesante. Allarga le braccia sconsolato. Da dietro avverto lo scoccare inconfondibile di una scintilla. Un volto scuro e scavato mi porge la fiamma dalla sua mano. La cartina sfrigola. Inspiro e tossico. Che figa eh si. Il vecchio ride, l’altro no. Ripone nella giacca l’accendino e riprende a fissarmi. Non ho un soldo con me. Mi tasto le tasche. Quello aspetta. Trovo soltanto tre bustine di zucchero prese in un bar per ricordo. Gli do quelle. Alza un sopracciglio, sorpreso. Le soppesa nella mano, poi le apre una dopo l’altra e se le rovescia tutte in gola. Devono andargli di traverso perché comincia a tossire violentemente, diventando paonazzo e piegandosi su sé stesso. Mi scappa uno sbuffetto divertito. Quello riprende fiato e colore e mi punta gli occhi addosso. Mo mi mena. Invece scoppia in una risata fragorosa, rivolge qualche frase ai suoi compagnia e poi a me, consigliandomi di non andare in giro da sola a quell’ora. Come lo so visto che non spiccico una parola di portoghese? Non so, certe cose si capiscono.

Risalgo Rua do Bonjardim, i volti di certe persone che avevo dimenticato riaffiorano chiedendo prepotentemente udienza. E non ricordavo di aver voluto bene a così tanti. Svolto a destra ritornando sulla via dell’hotel, ma molto più in su. Arrivo in Praca da Repubblica e imbocco Rua da Regeneracao. Mi torna in mente che su questa strada dovrebbe esserci un locale che l’altra sera non siamo riuscite a trovare. Mi incaponisco e continuo a salire.

Il mozzicone ormai è finito, lo osservo con disprezzo, ho in bocca un saporaccio acre e indice e medio nauseabondi. Spingo le mani nelle tasche e procedo incassando bene la testa nelle spalle. Oggi era caldissimo, la schiena mi si imperlava di sudore. Adesso quel calore accumulato mi tradisce, evaporando intorno a me per farmi sentire ancor più tagliente il gelo della notte. La strada continua a salire e a farsi più buia. Battenti serrati, finestre infrante, intonachi scrostati, azulejos divelti. Provo anch’io a staccarne uno ma mi graffio e imbianco le dita.

Ho macinato più di mille numeri civici ma di un bancone accogliente nemmeno l’ombra. A parte che non saprei come pagarmi da bere, ma già trovarlo sarebbe una soddisfazione. Mi si rimescola nello stomaco la cena ghiaccia di poche ore fa. Avverto strapparsi la pelle delle nocche, dipingersi di sangue la ferita, la lecco ed è come aver grattugiato un po’ di carne al posto del parmigiano. Odo passi gravi alle spalle, leve più lunghe delle mie, e non ci vuole molto. Lampione fulminato. Cambio marciapiede. Di sbieco scorgo un paio di barbe incolte su un giacchetto di pelle e un maglione a righe sformato. Ora non le vedo più. Le ho nuovamente dietro. Un brivido. Sento i muscoli delle gambe indurirsi, il bacino rigido, il collo teso. Non mi metto a correre perché sarebbe inutile, né a parlare con il cellulare perché non l’ho con me. Cosa ci fa questo musetto a spasso per la notte?

Allora mi butto a sinistra e quasi ti sbatto addosso. Non so con che coraggio avrei potuto dirti -non ti avevo visto-, ma per fortuna non lo dico. Due metri con tacchi generosi e balconcino altrettanto, caschetto biondo, troppo biondo, mini che sarebbe corta per me, labbra prugna, unghie ciliegia, calze scure, mani dinoccolose stringono una borsetta dorata, spalle da dorsista fasciate solo di strass e lustrini. Non so come fai a resistere con questo freddo…Qualche metro più in là c’è una tua amica o, forse, una rivale. Nessuna auto in attesa. Alzo istintivamente il mento, sollevo le pupille e corruccio la bocca tutta tesa verso questo spettacolo della natura che siete voi persone alte. Però, cavolo, devi avere un freddo…

Mi scuoto, non è bello averti fissata così e infatti mi squadri tra l’interrogativo e la difensiva. I due barbuti si sono dileguati e anch’io prendo la via del ritorno. Dopo qualche passo, però, mi volto per imprimerti un’ultima volta nella memoria. Da lontano sembri meno alta e imponente. Anche tu ti sei girata. Mi esce un sorriso, piano, sul volto ormai sereno, e allora lo vedo, sull’altro lato della strada, stretto tra due strisce di cemento, un ciliegio in fiore. Incredibile, ai primi di febbraio. Gli corro sotto. Profuma di buono. Ne stacco un ramoscello, domandandogli mentalmente scusa, come gli aborigeni prima di scoccare la freccia mortale verso la preda. Ma quando faccio per tornare al tuo lampione, non ti vedo più. Rivolgo lo sguardo deluso alla tua collega che, in risposta, mi indica una bmw sotto il ponte della ferrovia, a una cinquantina di metri. Depongo il rametto per terra, sperando tu lo veda da lassù, e mi affretto via perché mi vergogno anche un po’.

Quando rientro in camera Monica socchiude pigra gli occhietti, -Dove sei stata?-, -Da nessuna parte, dormi-. Se domattina mi chiederà qualcosa, le risponderò –E’ stato un sogno-.

Laura Zucconi
www.ninfa1984.blogspot.com/

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Postato il Giovedì, Febbraio 21st, 2008 alle 12:27 in Trip-Donne, Trip-Europa, Trip-Diari, Trip-Poesie e Racconti. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

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