La mia Bologna

Stamani mi sono svegliata presto, notte insonne. Ho fatto colazione in fretta, sbriciolando i Pavesini nel caffèlatte, sbriciolando l’abitudine di inzupparli con calma da nonnina alla cassa del supermercato. Jeans, maglia, sciarpa, converse e piumino spennato (a febbraio compirà 7 anni). Sulle suole verso la stazione, su rotaia verso Prato, direzione: Bologna.

Uscita dall’interminabile serie di gallerie scoprire la neve mi ha tranquillizzata. Sono corsa a salutare le due torri, camminando come un robottino sotto i portici di Viale Indipendenza. Con un cenno del mento ho omaggiato il Parco della Montagnola…ciao primo bacio. C’era la pista per pattinare sul ghiaccio ma ho già un equilibrio precario di mio (tappetti, il baricentro basso è una bufala!). Nell’acqua mi trovo bene, ma sciolta, non aggregata imitando il cemento.

Piazza Ravegnana, ciao Feltrinelli, sai che mi devo contenere, nell’armadio di compensataccio la resistenza delle mutande sta cedendo, sfiancata sotto l’onda d’urto di Svevo, Virginia, Arthur, Joyce (ad alcuni do del tu, ad altri no, non si può essere amici di tutti).

Ciao mozzata Garisenda, ciao maestosa Asinelli. Ho dovuto salir da queste parti per quattro anni prima di imparare che la più piccola è quella dal nome altisonante e non viceversa, vi confondevo sempre. Un culo per uno, a chi il nome grosso, a chi la stazza. Un francese vi ha ricordate in modo più poetico, paragonandovi a due marinai ubriachi che tornano barcollando a casa, cercando ognuno il sostegno dell’altro. Beh forse non è più poetico, ma il Francese sa tramutare una zuppa di cipolle in soupe d’onion. Fa un altro effetto no?

Ho tastato l’allenamento delle mie gambe, troppi pomeriggi a divorare righe vi hanno afflosciato. 498 scalini, prima agevoli, poi sempre più stretti, consumati, scivolosi. Filtra aria dalle fenditure laterali. Ossigeno fresco, ti preferisco alle frecce di qualche secolo fa. Ossigeno fresco, saresti freddo se gli Asinelli avessero impilato meno pietre. Ecco la botola aperta sul mio capo, luce.

Il cielo è terso, si distinguono le Alpi. La testa è leggera , si diradano le angosce. A star quassù par di contenere tutta Bologna fra le braccia, ma io la voglio su un palmo, dovrò salire ancor più alto, mi volto, San Luca, sto arrivando.
Un petardo deflagra in strada, già si comincia, fortuna che sarò lontana.

Scendo in Via Zamboni, la zona universitaria è deserta, lo immaginavo, infatti sono qui solo per rivedere un altro amico, un pub di noce scuro e luppolo altrettanto. Ampio dentro, c’è perfino un maxischermo, ma non guardavo quello quando balbettai qualcosa che voleva assomigliare a un -Ci mettiamo insieme?-. Ne uscì un tafferuglio di sillabe da far invidia a un Pieraccioni alticcio (e io non lo ero…ancora). Grazie al cielo (o a Bologna chissà) capì, oh se capì, e a quel primo bacio allo stato solido, ne seguirono tanti altri, sciolti come cacao nella fonduta.

In seguito ai 996 scalini ho avuto l’onore di provare il famigerato buco nero da NonCiVedoPiùDallaFame made in Fiesta. La sindrome di Stendhal è un’inezia a confronto! Mi sono trascinata fino in Via Clavature, bar Rosa Rose –Cappuccino per favore!- (il migliore della zona). Non mi vergogno mai a raccattare col cucchiaino la schiuma rimasta sul fondo della tazza e, si, grazie, accetto il cioccolatino!

Rifocillata scendo in Via Marche (un viottolo più che altro), approdo in Via Farini e risalgo la corrente De’Carbonesi, derapo in Via Collegio di Spagna fino a Piazza di Porta Saragozza. Da qui comincia il vero itinerario odierno. Dal Santuario di San Luca mi separano 666 scalini (voi non avvertite puzzo di zolfo?) e 15 cappelle, spalmati su 3 km e 600 metri di portico, il più lungo del mondo.

Salgo piano, il freddo me lo sono tolto arrivando fin qui, non c’è nessuno, ho quasi paura (il coraggio, uno, se non ce l’ha, può al massimo far finta di darselo, non di più!). Alla mia destra fa capolino il D’Allara, è proprio ora che il Bologna torni in serie A.

I gradini sono bassi, segano i polpacci. Questi religiosi le inventano tutte per farti espiare. Ogni ansa sembra l’ultima (o forse lo speri) ma, alla fine, ecco spuntare il profilo della Basilica. Sono fradicia, mi apro il piumino e, tempo dieci secondi, decido che è il caso di toglierlo del tutto! Raggiungo lo spiazzo ghiaioso e mi affaccio alla balaustra. Bologna è laggiù, la respiro, la sento scendere nei polmoni e fluire nel sangue, depurarlo dalle noiosità quotidiane.

I toscani vedono questa città come lontanissima a causa del cambio di regione, ma, in realtà, ferroviariamente parlando, è molto più comoda da raggiungere rispetto, per esempio, a Siena, per non parlar di Grosseto.

Novantanove km, tale distanza mi separa dall’anno nuovo perché qui, in zona extraterritoriale, i bilanci non hanno significato, lo assumono solo all’interno delle anguste mura natie.

A parte una tromba d’autore racchiusa in un dischetto, dono inaspettato e quindi fuori dal giro del dovere, più vicino semmai a uno del tipo –Il regalo di Natale si fa a quelle persone che si spera ci saranno anche il prossimo-, non ho partecipato alle recenti ricorrenze. Calici di spumante, fette di panettone, pranzi familiari, regali; non c’è stato nulla di tutto questo e sono felice così. Una cosa esiste solo se le dai peso. Non ti piace? Pensa ad altro. Esisti tu e ciò che vuoi essere, fare, diventare. Anche stasera non esisterà per me. Lo constato mentre scendo questi scalini bastardi che non riesco a odiare, mentre, stavolta con passo lento, osservo le persone affrettarsi per rincorrere il divertimento, mentre salgo sull’Interregionale sferragliante schivando cartacce di Kinder Bueno e di Leggo che il vento fa danzare. E il rosso sbiadito di quegli involucri mi ricorda che, si, è passato un altro Natale.

Lo penso adesso, che questo trentuno non mi avrà, intanto che soppeso nell’acqua fumante la bustina al limone e cannella che ho comprato alla Bottega del Caffè. Vieni 2008, vieni pure, coi tuoi propositi, le tue scadenze e quel sorriso tornato per procurare fitte dolci come questi granelli bianchi che scendono, polverizzandosi nella cucina, rischiarata dai botti. 2008, non mi avrai che libera.

Laura Zucconi

http://ninfa1984.blogspot.com/

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Postato il Lunedì, Dicembre 31st, 2007 alle 23:36 in Trip-Donne, Trip-Italia, Trip-Diari, Trip-Poesie e Racconti. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

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