Volontariato internazionale: come fare?

di Lua

Ci sono tante persone, soprattutto giovani, che vorrebbero partire come volontari per un paese del sud del mondo ma non sanno a chi rivolgersi e cosa fare. Io faccio cooperazione internazionale da 7 anni e posso dare qualche consiglio agli aspiranti volontari e mettere a disposizione la mia esperienza in questo stimolante ma difficile campo.
Il volontariato è l’espressione massima della solidarietà umana e porta enormi benefici sia al destinatario che al volontario stesso. Fare volontariato all’estero, però, richiede una grossa capacità di adattamento, comprensione delle diversità culturali e conoscenze linguistiche approfondite.

Chi può partire?

In teoria chiunque può farlo, purché abbia una buona motivazione, spirito di iniziativa, capacità di lavorare in gruppo, adattabilità a vivere e lavorare in ambienti diversi e spesso difficili, interesse culturale ed etico per i problemi sociali e i paesi del sud del mondo. L’esperienza è ben accetta ma non indispensabile. Naturalmente chi ha competenze specifiche (agronomi, chimici, medici, fisioterapisti…) è più richiesto, ma anche chi non ne ha di particolari può essere molto utile.
In pratica le cose sono un po’ diverse. L’idea di andare in un paese del sud del mondo a prestare il proprio aiuto è molto bella. Io la considero un’esperienza importante per capire molte cose sulla vita, oltre che per mettere in pratica degli ideali di giustizia e solidarietà. Però sarebbe meglio, soprattutto se ci si ferma per tanto tempo, avere una formazione alle spalle in modo da essere più utili. Molte sono le associazioni e ONG che formano i propri volontari prima di inviarli all’estero. Però non sempre questo accade, quindi sarebbe bene che prima di intraprendere questa “avventura” si riflettesse sul valore di quello che si sta andando a fare, sul paese in cui si opererà, sulla cultura locale, ma anche sul modus operandi dell’associazione con cui si parte.
I volontari “impreparati” causano tanti problemi anche se sono molto motivati. Ad esempio:

- non conoscono la lingue e quindi necessitano il traduttore sempre accanto, che invece potrebbe essere impiegato in altri ambiti. Per fare il turista basta masticare due parole di inglese, per fare cooperazione serve una conoscenza della lingua e della cultura locale approfondita. L’inglese, il francese, il portoghese o lo spagnolo sono le più richieste. Ma spesso non bastano per farsi capire da gente che per lo più è analfabeta e conosce solo la madrelingua o qualche dialetto.
- creano continui problemi all’organizzazione perché non sono informati sulla cultura locale o, peggio ancora, non ne rispettano le particolarità. Mi è capitato più volte di vedere dei “volontari” che per salutare delle donne in burqa, imbarazzatissime, si prodigavano in baci e abbracci, causando l’ira dei mariti delle stesse; oppure delle “volontarie” che in un paese islamico integralista pretendono di girare per strada in minigonna o pantaloncini corti!!
- non si adattano a situazioni in cui si vive con poco e senza lussi e non capiscono che quello che si ha bisogna condividerlo con tutti e farselo bastare.
- non sanno come si gestisce un progetto di sviluppo o come si lavora in gruppo.
- non sono preparati a vedere tutti i giorni realtà molto dure. La povertà è strettamente collegata con la violenza e il degrado sociale. Anche se non ci si abitua mai a certe situazioni, bisogna comunque partire preparati e avere molto pelo sullo stomaco!

Si potrebbe pensare, quindi, che i volontari debbano essere solo persone molto particolari ed esperte. Non è vero. In realtà basta partire molto preparati, avere un pizzico di umiltà e un po’ di buon senso. Ad esempio:

Problema lingue: non sai l’inglese ma conosci bene il francese? non sperare di imparare una nuova lingua in 15 giorni di volontariato in India, anche se il paese ti affascina tanto. Te la sentiresti di parlare di tubature o costruzioni in una lingua che non conosci? Devi essere un aiuto, non un peso! È più semplice scegliere di andare in Africa dove il francese è molto diffuso e spesso basta per comunicare. E poi, molte volte l’incarico che viene affidato ai volontari si sa prima di partire. Ad esempio, se sei un idraulico molto probabilmente ti occuperai di quell’ambito. Può quindi essere utile ripassarsi i vocaboli di quel preciso campo semantico. Quando poi si è sul posto, bisogna cercare di socializzare con la popolazione, soprattutto coi bambini, e farsi insegnare frasi e parole nella lingua locale. Se si vuole rimanere molto tempo, la lingua locale diventa una necessità e allora si possono prendere delle lezioni, magari da qualche studente, in cambio di lezioni di italiano o di un’altra lingua che si conosce.

Problema culture differenti: In molte culture, in particolare in quelle islamiche, il contatto fisico è considerato offensivo. A meno che tu non ne riceva per primo, evita le effusioni! (A parte coi bambini, naturalmente…) Lo stesso vale per altri comportamenti come toccare in testa le persone (offensivo per i buddisti), non togliersi le scarpe prima di entrare in casa o nei luoghi sacri (offensivo in moltissimi paesi). Insomma la regola d’oro è: informarsi bene sulla cultura del paese prima ancora di partire e andare lì con approccio rispettoso e non con il tipico sguardo di sufficienza dell’occidentale civilizzato che si reca tra i primitivi! Poi, quando si è lì, chiedere sempre ai cooperanti e ai volontari le cose particolari da sapere e guardare con attenzione i comportamenti degli altri.

Problema adattamento: Chi parte come volontario non può aspettarsi di mangiare tutti i giorni all’italiana, di avere un bel letto comodo, l’acqua calda tutti i giorni e l’elettricità. Molto spesso tutte queste comodità non si hanno, bisogna dividere con gli altri quello che c’è e dimenticarsi l’egoismo. D’altra parte, sarebbe immorale nei confronti delle persone che si sta aiutando e che non hanno niente pretendere di vivere nel lusso!
La regola base è abbandonare la malsana idea che tutto deve girare intorno al volontario. È proprio il contrario. Si va per aiutare e non per farsi la vacanza, l’esperienza personale o per allontanarsi dai problemi che non si vuole affrontare. Inoltre, bisogna abbandonare l’ottica tipicamente occidentale dell’uomo bianco dispensatore di civiltà, per cui il volontario è sempre una persona utilissima, se non indispensabile. Tenendo conto del fatto che ogni essere umano è unico e quindi capace di trasmettere la sua unicità, bisogna anche avere una certa umiltà, capire i propri limiti e non bisogna pensare che tutto giri intorno a sé.

Quanto tempo conviene fermarsi?

In genere, il periodo di permanenza si concorda con l’associazione e dipende dalle proprie possibilità, dal proprio lavoro, ma anche dal tipo di progetto e dallo statuto dell’organizzazione. Bisogna tenere presente che, spesso, soprattutto le grandi ONG richiedono volontari per periodi non inferiori ai due anni. Se invece, si vuole fare un esperienza più breve si può pensare ai cosiddetti “Campi di lavoro”, che durano poco e in genere si svolgono d’estate.
Se si ha la possibilità di scegliere, il mio consiglio è quello di fermarsi minimo tre mesi, sei mesi o un anno sarebbero l’ideale, per avere più tempo per adattarsi al paese e per rendersi davvero utile. Molto spesso si perde molto tempo a formare i nuovi volontari e appena hanno imparato il lavoro, e magari anche un po’ di lingua locale, questi vanno via e bisogna iniziare da capo a formare un nuovo volontario. In questo modo si sprecano tempo e risorse.

Il volontario viene retribuito?

Il volontariato è sempre gratuito! Per legge il volontario non può e non deve essere retribuito. Inoltre, il volontario molto spesso deve sostenere le spese di viaggio, vitto e alloggio nel paese in cui va a operare. Questo è un aspetto da non sottovalutare.
In particolare con le grandi ONG, si firma un contratto per definire il proprio impegno. Alcune ONG provvedono a dei rimborsi spese per il volontario o a fornire una cifra mensile per il proprio sostentamento, ma non di più. Altre volte le organizzazioni assicurano i propri volontari per infortuni, malattie e responsabilità civile verso terzi. Ma non sempre questo accade. Dipende dallo statuto delle associazioni e anche dalla grandezza di esse. Molto spesso quelle che non assicurano i volontari non vuol dire che sono meno attente ad essi, ma solo che hanno meno mezzi.
Le ONG che collaborano col Ministero degli Affari Esteri garantiscono anche l’aspettativa e la conservazione del posto di lavoro in Italia.

Cosa portare?

Vale il sistema dei backpackers: portare poche cose, a seconda del clima e della cultura locale, niente gioielli o altre cose preziose. La macchina fotografica è d’obbligo: per ricordare i momenti meravigliosi che si vivono! Da valutare, invece, l’ipotesi “portatile”. A meno che non andiate nelle grandi capitali, per la maggior parte dei paesi, soprattutto quelli non turistici, internet e l’ADSL sono dei miraggi! Al massimo andrete nell’internet point della città più vicina!
Però, secondo me, visto anche il fatto che da volontari si dovrebbero avere poche necessità, bisognerebbe tenere un bello spazio nello zaino per portare cose da lasciare all’organizzazione: medicine, vestiti per neonati e bambini, giocattoli, articoli per la scuola ecc… Bisognerebbe mettersi d’accordo con l’associazione scelta per portare cose utili a seconda delle necessità del posto e del tipo di struttura in cui si va. Ad esempio: se si va in un ospedale per adulti è inutile portare giocattoli. Meglio portare medicine e indumenti caldi o coperte.
Io in genere faccio così: ho 20 Kg a disposizione più il bagaglio a mano. Nel bagaglio a mano metto le mie cose personali e mi prendo circa 5 Kg nello zaino per i vestiti. Il resto è dedicato a medicine (antibiotici, specialmente in sospensione orale per bambini, antinfiammatori, cortisone ecc…), vestiti per neonati, maglioni di lana e copertine per i bambini disabili, giocattoli e materiale scolastico. Anche in questo caso ne ho viste di tutti i colori! È bene ricordarsi che i paesi del sud del mondo non sono l’immondezzaio dell’occidente! Le cose che si portano debbono essere pulite e dignitose e non con buchi, macchiate o distrutte!!! Per intenderci: per Natale regaleresti ai tuoi figli giocattoli rotti, bambole senza testa o vestiti scoloriti e macchiati? Credo di no… Ecco, nel sud del mondo le persone valgono esattamente quanto noi!

Volontariato internazionale: a chi rivolgersi

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Postato il Martedì, Settembre 25th, 2007 alle 15:39 in Trip-News. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

6 Risposte a “Volontariato internazionale: come fare?”

  1. matteo dice:

    ..io causa lavoro non potrei allontanarmi più di 20/25 gg l’anno conosco un onesto inglese sono in fase di apprendimento per il resto penso di addatarmi a fare quello che c’è da fare sono stato sempre per il miolavoro diversi mesi tra bosnia, kosovo, macedonia e libano a chi posso rivolgermi per un periodo così breve? cordiali saluti matteo

  2. Niccolò dice:

    Ciao… io avrei intenzione di partire x circa 5 o 6 mesi… la destinazione non è importante… ma probabilmente dato che non ho molto soldi a disposizione al momento come ho letto sopra dovrei contattare un associazione piuttosto grossa… sapresti consigliarmene alcune? grazie saluti niccolò

  3. tripluca dice:

    Ciao,
    Il discorso è stato continuato nel Forum
    http://www.tripcentre.org/bbforum/viewtopic.php?f=20&t=4559
    Luca

  4. giuseppe dice:

    ciao a tutti,
    è da un po’ di tempo che penso al volontariato,ma vedo che è difficile capire come fare.se qualcuno conosce chi mi può aiutare sapendo che:non ho mai fatto volontariato ufficialmente,sono stato in messico,australia,tailandia,europa,guido bene tutto ciò che riguarda la patente “b”,ho viaggiato quasi sempre da solo,sono libero da qualsiasi impegno,posso star fuori x anni,come lavori ho fatto x lo più il cameriere,lavapiatti,lava macchine,l’aiuto cuoco,l’aiuto giardinere,l’autista e come ultimi lavori,ho contribuito alla realizzazione di 3 film lavorando in produzione,ho quasi 38 anni…non so che dire altro,spero solo di partire presto…grazie e ciao a tutti!!

  5. roberto marcandelli dice:

    …una cosa mi sembra inconcepibile… è da mesi che mi informo per il volontariato in africa, sud america, ma sembra quasi impossibile poter pensare di provare a partire se non sei gia laureato in qualcosa,se non sai la lingua, se non sei specializzato in qualche mansione… possibile che con tutta la povertà che esiste a questo mondo, con tutto l’aiuto che può servire nella costruzione di strutture o nel coltivare terreni, una persona con due braccia forti, tanta voglia e umiltà di imparare e fare del bene non gli sia data la possibilità di partire e affiancato da chi già sa fare rendersi utile per quella gente bisognosa? con tutti i soldi che le chiese e il vaticano hanno non posso credere che a un giovane ragazzo, anche se non ha la possibiltà di investire soldi, ma può fare e dare molto… non gli si possa dare l’opportunità.

  6. Daniela dice:

    Ciao,sono Daniela e sono un’insegnante madrelingua inglese; è la prima volta che ci provo,ma già mi sembra complicatissimo!!vorrei partire per l’India come volontaria per circa un mese…il “bello”è che fin’ora tutte le organizzazioni che ho contattato “vendono” questo periodo di volontariato come se fosse una vacanza!! Io non ho molti soldi, e credo che per dare aiuto uno non debba essere costretto a spendere cifre considerevoli…a chi mi posso rivolgere?cerco un’associazione seria!

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