“Redneck Manifesto”: per capire il fenomeno White Trash negli USA

“Redneck Manifesto” è un testo molto importante per capire le dinamiche passate e odierne dello strato di poveri bianchi che vivono negli Stati Uniti, per fare un banale esempio, gli abitanti dei “trailer parks”, ovvero gli accampamenti di roulotte. Si trova solo in lingua inglese, ed è edito da Simon & Schuster di New York, e scritto da Jim Goad, controverso artista che, anni addietro, aveva rischiato il carcere per la pubblicazione della sua zine ANSWER ME!, sequestrata a Bellingham, WA sotto accusa di promuovere lo stupro.
Un personaggio provocatore e irrazionale, che ha consegnato però una visione imparziale del fenomeno WHITE TRASH in America. Quella che segue è una mia analisi:

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La globalità del fenomeno White Trash diventa pregnante quando, aprendo il libro in questione, lo vediamo dedicato a “everyone who lives between New York and L.A.”: Jim Goad riesce ad analizzare un’ ansia globale, che permea la cultura americana attuale. Parte dal presupposto che il white trash sia costantemente messo sotto pressione, a differenza del proletario di colore, che assume una sacralità quasi intoccabile nell’America odierna. Così Goad ripercorre senza freni la storia non solo americana per evidenziare come, a differenza della credenza comune, molti bianchi furono deportati nelle Americhe come schiavi e contro il loro volere, proprio come lo furono i neri. Veniamo colpiti da numerosi esempi coi quali Goad evidenzia la sua tesi, ne cito alcuni: nel 1771, sulla Virginia Gazzette si legge che la vendita degli schiavi appena arrivati dalle zone caucasiche era pratica totalmente legale. Oppure, una legge del 1717 sosteneva che in North Carolina il possesso di almeno uno schiavo bianco fosse prerequisito per far parte dell’Assemblea di Stato.

Potrei continuare a lungo, ma basti sapere che lo schiavo bianco fungeva molto più spesso da “merce di scambio” rispetto a quello nero: testimonianze riportate da Goad elencano baratti di uomini per bestiame, tabacco, merce. Per non parlare delle condizioni in cui i Padroni li trattavano; molte volte responsabili delle loro morti, ne occultavano i cadaveri finché una legge non vietò la macabra pratica. Le frustate erano concesse, soprattutto agli occhi dei giudici, che regolavano solamente dicendo che “bastava non punirli troppo severamente”. L’idea di Goad si forma quindi sull’ingiusta ghettizzazione che il proletariato bianco riceve rispetto a quello nero: spiegando come nella televisione americana si continui a bombardare lo spettatore con immagini e discorsi antirazzisti, Goad rende esplicito come lo stesso media catodico non risparmi improperi e suggestioni che tendono a relegare il “povero bianco” in un livello socioculturale a dir poco infimo. A quanto pare, l’America non riesce a riprendersi moralmente dalla atavica colpa dello schiavismo nero, mentre sembra dimenticare che le stesse ignobili pratiche venivano inflitte ai bianchi. Non si tratta di scusarsi o discolparsi, ma semplicemente di affrontare un discorso giusto sulla razza. Cosa che non succede mai. “One of the chief denunciations about rednecks is an alleged bundle of psychological “fears” that led them to demean anyone different from them. But flip the pancake over: isn’t this precisely why most people demean rednecks – for being DIFFERENT from them, as measured by most known indexes of social difference?”E’ in questo che il meccanismo operato dalla Middle Class si trasforma in una vile creazione di Capri Espiatori, per mantenere vivo l’odio, ma riversarlo su chi, stereotipicamente parlando, lo può sopportare. Il redneck, hillbilly, white trash, lo si chiami come si preferisca, fa paura perché rappresenta un essere libero dalle costrizioni sociali che si comporta come nessun bianco farebbe, o non vorrebbe mostrare in pubblico.

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Postato il Martedì, Agosto 28th, 2007 alle 13:01 in Trip-Recensioni, Trip-America, Trip-USA, Numero 7. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

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