Penang: il Melting Pot Malese
PENANG, 19 agosto 2005 - Dopo un viaggio interminabile, 12 ore e passa tra barca e bus con fermate mai più lunghe di 5′, arrivo a Penang alle 21.30, con lavoro da fare e una guest house da trovare.
Mi fermo in un hotel in love lane, segnalato dalla Lonely, in cui trovo posto in un dormitorio dove tra un letto e l’altro non c’è mezzo metro di spazio, e cercando un internet point scopro che questa è la via delle puttane e l’unica pericolosa di tutta Penang.
Finisco di lavorare che è passata mezzanotte, sono nel cuore di Chinatown e rimedio un piatto di noodles scadenti prima di andare a dormire.
Stamattina cambio di Hotel e inizio la passeggiata per Georgetown. Esco da Chinatown per avvicinarmi al lungomare dove i palazzi in stile vittoriano sono reminiscenze della dominazione inglese.
Mi butto in Little India, la più bella vista finora, dove mi fermo per pranzo, riassaporando il gusto dei roti canai, insieme a un pollo e un montone con curry ultra speziato, che come al solito mi rimarranno nello stomaco per qualche ora.
Senza accorgermi ritorno per un attimo in Chinatown, prima di trovarmi davanti la Moschea, nel cuore della parte musulmana di Georgetown.
Vado in direzione della stazione dei bus e finisco nella zona commerciale, dove uno Starbucks fa da ingresso a un imponente mall in pieno stile americano. Mi sparo un eccellente frappuccino al caramello, mentre osservo giovani geeks che lavorano in wi-fi.
Salgo al 5° piano del centro dove mi butto nel cinema a vedere “Charlie and the chocolate factory” l’ultima fantastica fiaba firmata da Tim Burton. Il tutto camminando, il tutto nel raggio di 2-3 km massimo.
Della Malesia mi disturba quando prevalgono gli eccessi musulmani (come a Kota Barhu) e non ho ancora capito in cosa consistono le delizie della cucina locale, visto che continuo a mangiare ottimi piatti orientali si, ma importati. Però di questo paese apprezzo il melting pot di razze che convivono in spazi strettissimi, apparentemente senza conflitti.
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