Pena di morte per Singapore
KUALA LUMPUR Sep 14, 2005 14:44 - Dopo uno scomodo viaggio sul treno notturno arrivo alla dogana di Singapore verso le 7 del mattino. Al controllo passaporti, particolarmente lento, l’addetto mi dice di seguirlo nell’ufficio, perché la mia copertina è scollata. E’ così da 3 mesi, ma non crea nessun problema alla lettura ottica, tanto che ho passato tutte le frontiere senza problemi.
I problemi però li crea ai due addetti frustrati, che a vederli in faccia facevano pena tanto era lampante la vita triste che facevano, ma per quello che hanno fatto, non solo a me, spero che continuino a una vita altrettanto triste, ma che per il bene di tutti questa vita non duri molto.
Sotto il cartello in inglese in cui c’era scritto “siamo qui per servirvi, aiutateci. Per tutelarci ci riserviamo di intraprendere azioni legali contro le persone aggressive“, la singaporena-cinese, quando le ho spiegato gentilmente che era solo la copertina esterna, ma la lettura ottica funziona benissimo, tanto che era tre mesi che passo ogni frontiera senza problemi, ha cominciato a urlarmi che “il fatto che andava bene da altre parti, non significa che vada ben qui“. E al mio tentativo di insistere “guardi se vuole le mostro il biglietto d’aereo per domani per andare a Bangkok” è esplosa in un “questo non è un buon motivo per farti entrare. Now you go back in Malesia“, detto col tono della maestrina frustata allo scolaro delle elementari, e il ghigno in volto di quella che si è presa la soddisfazione quotidiana, perché la vita non gliene riserva altre.
Oltre a me una decina di persone, perlopiù arabi o indiani, ma dall’aspetto dei business men più che dei terroristi, sono così stati scortati da poliziotti in assetto da guerriglia verso la Malesia, senza nemmeno spiegargli cosa non andasse nel loro passaporto, e il motivo del rifiuto a entrare nel loro stato di merda. Uscendo dalla frontiera ho provato a scattare una foto ricordo, ma quasi venivo ammanettato da un’altra poliziotta “no fotos here“.
Quindi ho dovuto salire sul primo autobus e tornare a Kuala Lumpur, cercare il primo aereo che domattina mi porterà a Bangkok che mi è costato un centinaio di euro, anche se mi rimane la magra consolazione di non dare un centesimo all’economia, purtroppo florida, di questo stato fondato sulle proibizioni.
Di Singapore ricordo infatti il titolo di un saggio libro di Bruce Sterling “Parco giochi con pena di morte”, in cui amaramente descrive la tristezza di questo posto apparentemente perfetto, in realtà deprimente. Oltre che il racconto disgustato di Tiziano Terzani in “Un indovino mi disse”, lui così amante dell’Asia autentica, che scappò dopo due giorni da questo surrogato di stampo militare. Mi è bastata vedere la frontiera per vedere quanto abbiano ragione.
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