New York, come non trovare quello che cerco
In qualsiasi dimensione, in qualunque universo, New York City rappresenta il top, l’irraggiungibile, il desiderio, la propaggine della cultura e della civiltà. Mi è recentemente capitato di sfogliare qualche rivista o speciale dedicato al turismo nella metropoli dei vecchi Stati Uniti dell’Est, e ne sono rimasto martirizzato, come un Gesù Cristo in croce. Ancora sto sanguinando, effettivamente, e il polmone sinistro sporge dal costato, come un palloncino rosso sangue che pulsa, per uscire. L’idea che l’Italiano medio ha di New York è, indiscutibilmente, una mecca del lusso, del tutto e ovunque e del divertimento sfrenato, della bella vita e delle belle donne. Leggo che per essere parte dell’esclusiva elite dei dominatori dell’universo bisogna evitare di dire questo o quello, bisogna prenotare due anni prima gli spettacoli da vedere a Broadway e bisogna evitare questo o quel posto, inadeguato per immergersi nella vita esclusiva e tutta di classe della città che conta più di tutte al mondo.
Fregnacce. Almeno per me.

New York non è altro che una porta, una delle tante: in questo caso, una porta su una nazione vasta e diversa come gli Stati Uniti, che ne rappresenta la punta sì di classe, ma anche di sfacelo. La sua struttura è una meravigliosa macchinazione, secondo me, e i suoi cinque quartieri, tutti divisi dai due grandi fiumi Hudson ed East River e dall’Atlantico, sono differenti come le stagioni. Ma è ovvio, quel che sappiamo noi, principalmente, si basa su Manhattan, l’isola centrale, il cuore protetto e un tempo nascosto, roccia e collinette, venduta ai tempi per una ventina di dollari da qualche indiano sprovveduto a dei mercanti olandesi tutt’altro che tali… ma si sa come vanno queste cose. New York è stata sicuramente la città più importante del mondo nell’ultimo secolo, e specialmente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, volente o nolente, l’Europa ha cominciato a lasciarsi affascinare dal suo splendore, dalla sua unione di razze, dalla sua pericolosa esuberante vita di strada. Potrei citare centinaia di esempi… tutti noi abbiamo nel cuore e nel cervello immagini tratte da libri, film, serie televisive, anche cartoni animati, tutti ambientati nella Grande Mela, tutte precise testimonianze di una città che era, per ovvi motivi, il centro del mondo. La Chinatown tetra e misteriosa degli anni 50 e 60, la Harlem del jazz e delle lotte razziali, il Lower East Side e le sue strane commistioni di vite italiane, ebree e polacche, l’East Village e il punk rock, senza dimenticarci di Brooklyn e del suo ponte entrato nella nostra cultura per via di una gomma da masticare, i colorati anni 70 e l’inizio della reintegrazione dei neri, e qui un piccolo tributo a John Shaft è decisamente necessario… insomma, potrei andare avanti per pagine e pagine. La sensazione è che qualcosa di vibrante, di caldo, di colorato e multietnico abbia segnato e continui a segnare il passaggio di milioni di vite, una sull’altra, che lasciano i propri segni come la bava di lumaca sul cemento di cui New York non è solo costruita, ma è soprattutto stata innalzata a vita propria.
E fin qui, ne parlo bene.


