La gabbia delle bestie feroci
Mauro Furlan, ex-cappellano di Martellago, Venezia, ha sciolto i voti qualche anno fa e da allora si é dedicato alle favelas Brasiliane, riportiamo alcune sue lettere
Sono avanzate delle bottiglie di bibita e ci viene permesso di consegnarle agli stessi ragazzi, già in cella. Le consegno attraverso la porta e vedo l’interno delle celle: letti a castello di cemento, non ci sono materassi, qualche coperta, il pavimento bagnato, odore di vecchio e sporco, sò che all’angolo c’è un buco per i propri bisogni, la puzza si fa sentire, di lato una doccia. Vedo gli stessi ragazzi, prima zitti e a testa bassa, saltare e urlare come scimmie in gabbia. Questo è il loro spazio, quello con le loro regole. Fuori dalla cella sono le guardie a dettare il comportamento a suon di botte. <In gabbia puoi anche ammazzarti, fuori obbedisci a noi. Non ci devi creare problemi di ordine> viene detto loro.
Questa la regola educativa: <se stai zitto e buono non ti succede nulla>.
Educare al rispetto dell’altro e delle regole sociali.
Questo Istituto dovrebbe servire per aiutare un ragazzo ad elaborare il proprio errore (l’infrazione della legge, se c’è stata), per capire il dolore, la sofferenza che ha provocato. Ma questo luogo che dovrebbe fornire gli strumenti per cambiare vita (se sia possibile) diventa il luogo della punizione, della condanna eterna, un “inferno”.
Il luogo dove si dovrebbe recuperare l’umanità di un adolescente, nella maggioranza dei casi diventa il luogo dove la si perde definitivamente. Il compito di recuperare un “piccolo bandito” è affidato ai carcerieri, altrettanto poveri in umanità come i propri carcerati. I ragazzi dicono: <Aqui somos muitos esculachados (qui siamo molto maltrattati). Nos somos Lixo, feito bicho ( siamo trattati come immondizia, come degli animali)>.
I ragazzi escono da questi posti con tanta rabbia, sete di vendetta, voglia di restituire la bestialità subita. Un altro girone di quel circolo vizioso che ha come destino finale la morte.
Più di qualche giovane ha detto: <So che ci ritornerò>.
Qui si percepisce che la società non ha nessun interesse e neanche voglia di “recuperare” questi minori.
<Per me potrebbero anche morire, meglio se si ammazzano tra di loro>. Questa frase l’ho sentita tante volte detta sottovoce, tanti lo pensano. Non si educa al rispetto dell’altro maltrattando. Maltrattare vuol dire solo restituire il male. Hanno ragione a definire questo luogo l’ “inferno”.
Ho pensato che quello che noi chiamiamo ‘inferno’ non è una creazione di Dio per punire gli uomini malvagi. L’inferno è una creazione degli uomini. Per Dio c’è solo la vita. Sono gli uomini che hanno creato luoghi di sofferenza che assomigliano al dolore che portano dentro e alla sete di vendetta per il male subito. Tu hai fatto male a me e io lo faccio a te moltiplicandolo. Dio ha creato la vita bella, fa piovere sui buoni e sui cattivi. Chi la rende brutta è l’uomo. L’uomo crea la morte dentro e attorno di sè e replica il dolore: lo riproduce e lo infligge.
Il tempo che un minore passa all’IPS, anche se breve, è un percorso di annullamento, di vuoto, di violenza, di sopravvivenza animale, di violenza anche sessuale. Bravo chi ne esce vivo, senza più nulla da perdere, assetato di vendetta, ma vivo.
Nella società della “gente per bene”.
Esco dal carcere. L’inferno che ho visto va contro i diritti umani ma anche contro la legge brasiliana che nello Statuto dei diritti dei minori afferma la dignità e il rispetto per bambini e adolescenti in quanto soggetti di diritto e persone in una situazione di crescita. Dentro sento il mio cuore piangere. Ho la sensazione di essere stato dentro un film, dove ci sono attori che recitano. Il buono e il cattivo. I carcerieri che diventano aguzzini e i bambini che diventano animali.
Non può essere vero.
Ma la sofferenza è reale e allora mi dico che questa gente non sa cosa sta facendo. Tutti sono moltiplicatori del male e non sanno quello che fanno o che hanno fatto. Nè il ragazzino che ruba o ammazza, nè l’aguzzino che deve controllare che non scappino e per questo li deve trattare come bestie.
Baby-banditi e maturi carcerieri. Stare da un lato o dall’ altro dipende dalle possibilità concrete che la vita ha offerto, non è una scelta, né quella del bandito, né quella del carceriere, se fosse una scelta dovrebbero essere considerati come malati mentali. Tutti giustificano il loro ruolo con la necessità di mangiare: il bambino ruba per mangiare, l’aguzzino mantiene l’ordine per sfamare la sua famiglia. Nessuno se potesse starebbe in questo posto, ma nessuno lo lascia. Mi ripeto :“Perdonaci perchè non sappiamo cosa stiamo facendo”.
Libertà, cosa sei?
Fuori all’aria aperta respiro a pieni polmoni.
Una sensazione di libertà , ma non solo quella che dipende dal fatto di non essere in carcere, di dover abbassare la testa e dire “Si,Signore”, ma quella di poter scegliere di non fare il male, di avere dentro la forza per non riprodurre la violenza.
Ma non è tutto. C’è anche un dolore profondo. Non posso aver visitato l’“inferno” ed essere quello di prima. I.P.S. è un prodotto della nostra società. Quell’inferno è dentro di me. Accettare o giustificare questo “inferno” sarebbe la perversione del cuore, l’anticamera della morte, la negazione pratica della fede.
Mauro Furlan


