Dove vanno gli indumenti usati?
Mauro Furlan, ex-cappellano di Martellago, Venezia, ha sciolto i voti qualche anno fa e da allora si é dedicato alle favelas Brasiliane, riportiamo alcune sue lettere
Dove vanno gli indumenti usati?
Produttori chiedono la legge che protegge il “Made in Bolivia”
Santa Cruz,Bolivia. Anche ieri come ormai da alcuni giorni si è svolta una manifestazione per protestare contro l’importazione di vestiti usati. I produttori nazionali di indumenti vogliono far pressione sul governo per rendere legge il decreto 28761 “vestiti vecchi”, in modo da impedire l’importazione di indumenti usati e favorire la produzione nazionale.
Yaneth Cofiel, dirigente provinciale dei confezionisti, ha assicurato che chiederà all’esecutivo una protezione reale della produzione nazionale, come avviene negli altri paesi.
Gli indumenti usati arrivarono in Bolivia negli anni ‘80 come donazione e aiuti umanitari dopo il succedersi di alcuni disastri naturali. Alla fine degli anni ‘80 un gruppo di persone fiutarono un grande affare commerciale sfruttando un diverso e disonesto utilizzo dei vestiti. Si parla di undici famiglie in Bolivia a capo della gestione di questa importazione legale e nello stesso tempo illegale.
Nell’intervista con i giornalisti Yaneth Cofiel ha dichiarato <L’entrata di indumenti usati ci ha colpiti terribilmente. I piccoli produttori hanno dovuto emigrare e qualcuno si trova in condizione di schiavitu in Argentina e Brasile e tutti lavoriamo con prestito delle banche.L’industria nazionale paga le tasse e questo contribuisce al bene del paese, cosa che non succede con l’ importazione. La Bolivia sta diventando la discarica dei paesi ricchi>.
La decisione di bloccare l’importazione e di fissare il marzo 2008 come chiusura delle frontiere per tali prodotti è stata accettata in una direttiva del governo firmata nel 2006 assieme alle categorie sindacali.
A tal proposito il Ministro della Produzione e Microimpresa, Celinda Sosa, ha detto chiaramente che la commercializzazione di indumenti usati ha contribuito in modo enorme al deterioramento dell’ economia nazionale e per questo non sarà prorogato il periodo stabilito fissato al marzo 2008.
Il governo si è impegnato per la riconversione produttiva del settore. Sosa ha spiegato che il progetto di Riconversione Produttiva si apre a tre opzioni: l’accesso al credito e alla tecnologia, permettere di diventare operai del settore tessile e infine l’apertura di microimprese dato che tra i venditori di vestiti usati ci sono ex confezionisti,.
I venditori di vestiti usati si difendono dicendo che <la direttiva è stata firmata da una sola organizzazione, mentre la maggioranza delle organizzazioni non è d’ accordo>. Dicono inoltre che < i dati delle persone coinvolte non sono esatti. Non sono 15 mila famiglie come dice il governo, ma di 250 mila famiglie. Il commercio dei vestiti usati è cresciuto tanto anche perchè costa poco e questa è stata una alternativa di sopravvivenza per molte persone che hanno perso il lavoro>.
Da inchieste fatte dal governo si dimostra che il commercio di indumenti usati è cresciuto come una ragnatela impenetrabile, con un impatto negativo sia economico che sociale per il paese. Ci sono clan famigliari che dominano il mercato, una struttura forte e consolidata e una popolazione complice. La maggioranza delle persone che gestisce questo commercio si trova nella zona di Oruro e La Paz. Ci sono varie rotte attraverso le montagne, che i trasportatori usano per evitare la dogana. Si registra anche un lavoro di contrabbando denominato formica, nella zona terra di nessuno al confine tra Cile e Bolivia. Le montagne di pietra che sorgono nell’altipiano dei quattromila metri sono silenziose testimoni di tutta la “maraña” creata con il commercio di indumenti usati.
Uno studio dell’Istituto Boliviano del Commercio del 2005 riporta dati allarmanti. La dogana ha registrato un’ importazione di 2 milioni di dollari, mentre il contrabbando si è stimato sui 38-40 milioni.
Mauro Furlan
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