Paura Congo

Immobile. Circondato da nubi grigie oltre le quali scompare l’orizzonte, il vulcano Nyiragongo si riflette nelle acque del lago Kivu. Non ci sono più animali, tutto è morto da tempo, la vegetazione è secca e le radici degli alberi storpi faticano a spaccare la terra nera che li nutre. Qualcosa suggerisce l’imminenza del pericolo. Imprigionati nelle viscere della montagna scorrono fiumi di lava incandescente. Nascosti, proprio qui intorno, migliaia di soldati sono pronti a combattere ancora una volta.

A distanza di quasi tre anni dall’eruzione che distrusse la città di Goma, sul confine tra Congo e Ruanda, e che diede origine a una catastrofe umanitaria senza precedenti nel pieno della guerra, le operazioni di ricostruzione praticamente non sono mai iniziate.
Con i giornalisti accorsi a documentare la tragedia se n’è andata anche la maggior parte delle organizzazioni umanitarie: per sopravvivere hanno bisogno di donazioni e, quindi, di luci della ribalta. La cattedrale della città rimane l’emblema di un Paese lasciato a se stesso: uno scheletro di mattoni e metallo tra tonnellate di lava raffreddata e spazzatura. Le famiglie di rifugiati sono rimaste negli accampamenti e si limitano a salutare i pochi muzungu (i bianchi, in lingua swahili) che sfrecciano sui fuoristrada della Missione Onu in Congo (Monuc) verso le pendici del vulcano.

Nell’intricato oceano verde che si estende per 3 mila chilometri a nord di Goma si nascondono i soldati hutu dell’Interhamwe: tra il Nyiragongo e l’altro vulcano attivo della zona, il Nyamulagira, i génocidaires che si sono resi colpevoli dell’eccidio ruandese del ‘94 e che sono stati massacrati per vendetta dai militari di etnia tutsi nel ‘97, durante la guerra di liberazione del Congo, sono allo sbando e continuano a fare razzie nei villaggi.
Gli eserciti che hanno occupato il suolo congolese durante la già dimenticata Prima guerra mondiale africana (aveva coinvolto Uganda, Ruanda, Burundi, Zimbabwe, Angola, Namibia, Ciad e Congo, vedi box) non si sono ritirati del tutto, e per mantenere altissima la tensione hanno lasciato sul terreno le proprie retroguardie.

Fino a poche settimane fa le notizie ufficiali sostenevano che gli Interhamwe avevano abbandonato i confini della Repubblica Democratica del Congo e che le milizie congolesi fedeli al Ruanda e all’Uganda erano state sciolte. Una svolta “storica”, è stata definita. In realtà, per motivi squisitamente politici, il trentenne presidente della transizione congolese, il raffinato diplomatico Joseph Kabila, continua a negare l’evidenza.
Il figlio di quel rude Laurent Desiré che rovesciò il dittatore Mobutu Sese Seko con l’appoggio delle armate ruandesi e ugandesi, per poi entrare lui stesso in guerra con il Ruanda e l’Uganda, ha sperato fino all’ultimo di dare una svolta definitiva al processo di pace iniziato con gli accordi di Sun City (Sudafrica) nel febbraio 2002.
Tuttavia l’imperturbabile “Napoleone dei Grandi Laghi”, il presidente ruandese Paul Kagame, ha mostrato di non avere intenzione di accantonare le proprie mire espansionistiche. Lui, il nipote della regina tutsi, degli accordi si è fatto beffe: esiliato insieme a tutta la sua gente dall’ex governo hutu di Kigali, ha smesso la mimetica per vestire abiti occidentali e non ha alcuna intenzione di abbandonare i vastissimi giacimenti d’oro, coltan (columbite-tantalite, preziosa per l’industria elettronica) e gas presenti nella zona del lago Kivu: “Lo spazio che per un capriccio dei cartografi europei del XIX secolo è finito nelle mani dei congolesi e non dei suoi naturali padroni”, ha detto Kagame con l’essenzialità che caratterizza anche i suoi lineamenti.

“Con la scusa che ci sono gli hutu, i militari ruandesi tutsi sono rimasti in Congo e stanno rintanati in casa in attesa di ordini da Kigali”, dice un occidentale che vive a Bukavu da anni: “Kabila può dire ciò che vuole, ma qui c’è ancora troppa gente che parla la lingua ruandese, il kyniaruanda. Prima o poi la guerra scoppierà di nuovo”.

La situazione è sempre più tesa: il capo di stato maggiore congolese, il generale Baudouin Liwanga Nyamunyobo, ha ordinato la chiusura della frontiera con il Ruanda e ha dichiarato a Radio Okapi, l’emittente nazionale in lingua francese controllata dall’Onu, di aver mobilitato diverse brigate lungo il confine. I soldati congolesi hanno lasciato le caserme che compongono parte del frastagliato profilo di Kisangani, il centro nevralgico della Repubblica Democratica del Congo, per sorvolare la foresta nel tentativo di riprendere il controllo della zona del lago Kivu e disperdere le milizie finanziate da Kigali.

“Le guerre africane raramente si concludono con una vittoria indiscutibile”, racconta un missionario di colore che ogni mattina dall’altare, a rischio della propria incolumità, tuona contro le autorità congolesi e le Nazioni Unite:
“Finché la Repubblica Democratica del Congo sarà considerata un enorme centro commerciale in cui tutti vanno a prendere ciò che vogliono, la situazione non migliorerà”. Basta pensare all’Ituri: anche quando si credeva che il processo di pace avrebbe potuto portare a qualche risultato, il solo nome della città di Bunia aveva il potere di strappare una amara smorfia di disappunto persino tra agli operatori umanitari più ottimisti.
“A Bunia è un disastro”, dicevano, “e lo sarà a lungo”.
Nel capoluogo della regione al confine con l’Uganda c’è una fortissima concentrazione di miniere d’oro, e la foresta fornisce legname pregiato per chiunque lo vada a tagliare.
“È per denaro”, conclude un altro missionario, “che Bunia è diventata un luogo dove abbiamo potuto assistere a scene così raccapriccianti che le grida di orrore rimanevano soffocate in gola”.
“Immagina di camminare lungo un sentiero”, ricorda una bella studentessa di giurisprudenza, originaria di Bunia, “e di vedere qualcuno tre metri avanti a te che stacca con un coltello il braccio di una bambina”. Hema e lendu cercavano solo un pretesto per combattere e Yoweri Museveni, il presidente ugandese dall’aspetto bonario e il sorriso accattivante, glielo ha dato.
Lo stratega capace di uscire indenne da tutti i processi internazionali ha mandato il generale James Kazini a fomentare la rivolta dei lendu contro gli hema, per permettere alle imprese ugandesi di agire indisturbate mentre l’esercito congolese e i caschi blu erano impegnati a difendersi da una guerra dentro un’altra guerra.

“In Congo ci sono 350 tribù che formano un popolo”. Nel suo patìo, ormai solo la copia sbiadita dei lussureggianti giardini degli anni andati, l’antropologo di Kisangani Pierre Kalala scuote la testa: “Qui non c’è stata una guerra sola. Ce ne sono state molte, con cause simili e tutte per coprire i pillage, le razzie, dei ruandesi e degli ugandesi. L’ha confermato anche l’Onu nel suo primo rapporto, tre anni fa. Già, perché questo hanno fatto le Nazioni Unite: un bel rapporto preciso, circostanziato, con nomi e cognomi. Poi, il nulla”.

Il segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite, recentemente si è limitato a visitare la capitale ruandese per discutere dell’istituzione di una nuova commissione che indaghi sul deterioramento della situazione al confine tra i due Paesi.
In realtà gli spaesati funzionari occidentali, la pelle arrossata dal sole, non sembrano in condizione di poter allentare la tensione che giorno dopo giorno attraversa il Congo. Nonostante un lieve miglioramento nei centri urbani, ordinati e abbelliti dalla presenza di diecimila emissari Onu, i ribelli non hanno mai smesso di combattere né nell’Ituri né nel Katanga. “Speriamo che se ne vadano presto”, dice un religioso, e sta parlando degli uomini delle Nazioni Unite, 10.800 persone tra caschi blu e funzionari:
“Hanno creato più problemi di quanti ne abbiano risolti: quando questi della Monuc sono arrivati, i ribelli si sono spostati e hanno continuato a combattere nelle campagne. Ci sono un sacco di caschi blu per nulla. Sarebbe meglio che gli africani venissero lasciati in pace. Si scannerebbero per un po’, ma forse una soluzione la troverebbero da soli”.

Non che i congolesi la pensino diversamente. Nei giorni scorsi i palazzi che ospitano i funzionari internazionali sono stati assediati dai cittadini inferociti: i più informati sanno bene che la missione dell’Onu costa oltre 900 milioni di dollari all’anno, e sanno anche che ne basterebbero molti di meno per rimettere in piedi le sbilenche infrastrutture del Paese. “Dubito, però”, ribatte un osservatore egiziano delle Nazioni Unite, “che in questo momento i congolesi siano capaci di amministrarsi da soli”.
In effetti nemmeno la nomina degli undici governatori provinciali ha portato una parvenza di ordine. Gli uomini che il governo di transizione ha nominato con un colpo di mano, continuano a manovrare le diverse fazioni del conflitto grazie ai finanziamenti degli Stati coinvolti nella guerra. “Non hanno certo accettato l’incarico politico per risollevare dalla miseria il Paese”, conferma la gran parte degli occidentali che vivono o lavorano in Congo: “I dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio da oltre due anni. I poliziotti continuano a pretendere soldi dai civili e in molti uffici pubblici non ci sono più nemmeno i mobili, le autorizzazioni sono firmate come capita: i timbri del nuovo governo non sono ancora arrivati o sono stati venduti a caro prezzo alle mafie locali di pachistani o libanesi”.

Goma, Bukavu, Kisangani e Mbandaka sono tutte pitturate di bianco e blu: i colori delle Nazioni Unite o, meglio, le uniche vernici presenti sul mercato. Ma ogni città e ogni villaggio è di fatto isolato dalla crudeltà di una foresta onnivora capace di divorare l’asfalto e cancellare le strade. Tutte le arterie principali si sono ridotte a sentieri di pozzanghere lungo i quali passa a malapena una moto.

L’impossibilità di trasportare le merci per il Paese, se non sovraccaricando i portapacchi di biciclette sbilenche o le stive di arrugginiti Antonov 26 (pilotati da ex militari sovietici rimasti disoccupati con il crollo dell’Urss), ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi, esponendo il centro del Paese a un embargo de facto. A ciò si aggiunge la mancanza di emittenti televisive o radiofoniche nazionali che trasmettano in lingua locale e siano in grado di informare su quanto accade nel Paese. Paradossalmente, oggi i congolesi conoscono meglio la situazione irachena che quella del Congo. Anche Raga Tv, una delle emittenti della capitale Kinshasa, i cui studi sono stati ricavati nei sotterranei di un grattacielo costruito negli anni Ottanta e mai usato come palazzo del Commercio, trasmette il notiziario in francese e il Congo è citato solo per le “grandi occasioni”, quelle particolarmente tragiche, per esempio il fallito colpo di Stato di pochi giorni fa. La miriade di siti web, che pure informano sulle vicende congolesi, sono gestiti da immigrati che vivono in Belgio e si rivolgono a un pubblico prettamente occidentale. Del resto la maggior parte dei villaggi del Congo non sono neppure collegati alla rete elettrica, nonostante la diga di Inga dia energia a gran parte dell’Africa centrale fino alla Libia.

La miseria si è insinuata anche nell’animo della gente, che oggi cerca in sette religiose fanatiche e grottesche una risposta alla tragica esistenza. I bambini di strada, quelli che durante la guerra venivano reclutati come carne da macello, oggi sono diventati il nuovo capro espiatorio e sempre più spesso qualcuno riferisce della morte di un minore massacrato dalla gente dei quartieri più poveri: sono i sorciers, i “bambini stregone”, i colpevoli, nell’immaginario collettivo, della sofferenza di un intero popolo.

Con la “pace”, almeno due milioni e mezzo di persone hanno lasciato la boscaglia per ammassarsi nella periferia di Kinshasa. Tre milioni e mezzo erano morte a causa delle guerre. Un censimento vero e proprio non è mai stato fatto: molte famiglie cercano ancora i propri cari, ufficialmente “dispersi”. I pigmei e le tribù meno aggressive sono state decimate, mentre i villaggi della foresta rischiano di condividere la sorte dello splendido parco naturale congolese di Kauzi Begi: i 30 mila elefanti che vi abitavano sono fuggiti per emigrare chissà dove e portare lontano dai militari allo sbando l’avorio delle loro zanne. Nelle campagne i machete tornano a uccidere prima che giunga l’Aids, con buona pace dei demografi: negli anni Novanta avevano temuto il boom delle nascite come la peste.

Le condizioni che hanno portato, nel ‘94, ai corpi rigonfi che galleggiavano sul lago Kivu e alle pire di cadaveri nei campi profughi congolesi, sono in parte ancora qui, presenti.

Alessio Antonini e Chiara Giovetti
www.afriscope.net

1 - scarso2 - non male3 - bello4 - molto bello!5 - bellissimo! (Nessun voto)
Loading ... Loading ...
(Letto 168 volte)

Postato il Giovedì, Giugno 14th, 2007 alle 06:38 in Numero 4, Trip-Africa, Trip-RDC-Congo. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

Scrivi il primo commento!

Rispondi

Close
E-mail It