Myanmar (Birmania) - lo stato Shan

Donna al mercato, Myanmar (Birmania)Than Hlay si fa chiamare Dante, per i turisti sarebbe troppo complicato imparare un nome birmano, e per chi lavora nel settore, è una prassi inventarsi un secondo nome occidentale. Volto scurito dal sole, occhi sinceri, prima lavorava come raccoglitore di bambù, ora, con una lenta apertura del paese agli stranieri, fa l’autista di risciò e, quando capita, anche la guida di trekking.

Sono in molti ad approfittare dell’aumento dell’afflusso turistico per abbandonare il lavoro nei campi ed inventarsi una professione più redditizia.
Myanmar (Birmania) Dante vive da sempre a Shwenyaung, un piccolo paese a 3 km di navigazione da Inle Lake, una vera perla dello stato Shan, il più grande della confederazione del Myanmar, purtroppo famoso, come tutto il triangolo d’oro, per le coltivazioni di oppio, qui gestite direttamente dal regime militare che controlla il paese.
Inle Lake è un luogo unico, nella parte meridionale sorgono villaggi costruiti interamente su palafitta, la gente che ci abita può spostarsi solamente attraverso piccole imbarcazioni di legno.
E’ curioso vedere cinque o sei bambini recarsi a scuola con la classica divisa verde e bianca, Venditrice, Myanmar (Birmania)su di una barchetta a remi; o ammirare giovani donne che raccolgono pomodori sempre a bordo di piccole imbarcazioni. Ma la cosa che più colpisce è la tecnica di remata dei pescatori, che restano in equilibrio su di una gamba e con l’altra accompagnano il remo.

Sembra di essere immersi in un altro mondo, una Venezia della preistoria, il tutto reso ancor più incredibile da una cornice di verdi montagne.
L’agricoltura viene praticata grazie a veri e propri orti galleggianti realizzati poggiando della terra su di un intreccio di alghe e canne che galleggiano sul lago, ancorati al fondo del lago grazie ad alcune canne di bambù.
Un’altra attività caratteristica della zona è la tessitura; il cotone e la seta vengono ancora lavorati a mano e con telai di legno dalle donne.
Vengono realizzate sciarpe colorate, camice shan e splendidi longy di seta, tipica gonna birmana indossata anche dagli uomini.
In barca sul lago Inle, Myanmar (Birmania) Sulle rive del lago sorge Indein, un piccolo villaggio famoso per le decine di antichi stupa costruiti sulla collina e per la pagoda costruita sulla cima e raggiungibile grazie ad una scalinata tutta coperta da un’antica tettoia in legno.
“Prima tagliando bambù riuscivo a guadagnare uno o al massimo due dollari al giorno, e mantenere una moglie e due figli non era facile, ora con l’avvento dei turisti le nostre condizioni di vita sono migliorate”, ci racconta Dante mentre ci accompagna a visitare i villaggi sulle colline Shan.
Partiamo a piedi la mattina presto e incontriamo gruppi di donne che vanno a lavorare nei campi di riso, gruppi di giovani monaci che vanno di casa in casa a ricevere offerte, bambini che si recano a scuola con l’uniforme bianca e verde.
Il primo villaggio che incontriamo Loi Kaw, è raggiungibile solo a piedi o con carretti di legno trainati da buoi, qui i mezzi meccanici non arrivano.
La gente coltiva mais, riso, té; vive in piccole casette di legno di bambù con tetti di paglia immerse in una vegetazione che avvolge tutto.
L’unica strada è ricoperta di fango a causa delle fitte piogge che nella stagione dei monsoni sono frequenti.
Pranziamo a casa di un’anziana signora che da offrirci ha solo una zuppa realizzata con tagliolini e insalata, non molto proteica devo dire. Al centro della stanza principale in cui vive insieme al marito e ad un magro gattino, c’è un braciere acceso giorno e notte che permette di cuocere il cibo, tenere caldo il the e, durante la notte, riscaldare.
La casa è quindi satura di fumo che rende difficile la respirazione a chi non è abituato, ma ci spiegano che il fumo è utile anche per tener lontane le zanzare.
La gente è molto ospitale, secondo la credenza buddista lo straniero è un dono divino e deve essere trattato il meglio possibile, ciò porta fortuna.
Entriamo in un’alta casa, dentro fa molto caldo. Su di una grossa fornace in pietra una donna sta riponendo foglie di tabacco appena raccolte tra piastre roventi e sacchi di stoffa contenenti grossi sassi, il tutto per farle seccare rapidamente ed essere cosi utilizzate per confezionare, sempre manualmente, dei sigari, molto più diffusi in Myanmar delle sigarette per il loro basso costo.

Partiamo la mattina presto con una canoa a motore, attraversiamo da nord a sud il lago Inle, ci fermiamo solo per acquistare in dollari il permesso speciale e per caricare a bordo un giovane ed elegante ragazzo che ci farà da guida “ufficiale” durante la giornata, senza di lui non avremmo potuto raggiungere Sankar.
Il lago diventa sempre più stretto fino a diventare un canale artificiale, eredità dell’impero britannico, largo una decina di metri, sulle sponde sorgono piccoli villaggi su palafitta e ogni tanto incrociamo altre barche cariche fino al limite di riso e pomodori.
Ci fermiamo a Hmawbe per visitare il mercato che si tiene una volta a settimana. Numerose barche sono ormeggiate lungo la riva del canale; le forti piogge della notte hanno reso quasi impraticabile l’intera area che si presenta come una distesa di grigio fango argilloso sul quale sono state montate fatiscenti bancarelle di legno, o più semplicemente, stesi dei teli colorati.
Le donne indossano un copricapo arancione, tipico dell’etnia Pa-O.
Nel mercato si possono comperare generi alimentari cotti e crudi o rudimentali attrezzi da lavoro fabbricati a mano.
Un soldato in uniforme mi sfiora col suo mitra a tracolla mentre la guida mi intima di non fotografare un gruppo di uomini che stanno giocando d’azzardo con uno strano dado, su ogni faccia è raffigurato un animale colorato.
La navigazione procede lenta attraverso una verdissima vallata, ci fermiamo ad un ponte dove è stato allestito un check-point, ci fermiamo per mostrare i nostri permessi a due militari che raramente devono controllare i passaporti di due europei.
Sankar è un villaggio aperto solo da due anni agli occhi degli occidentali, va ricordato che la maggior parte del paese è ancora inaccessibile senza i permessi speciali rilasciati della giunta militare.
Remata tipica dei pescatori del lago Inle, Myanmar (Birmania) Visitiamo il villaggio, la gente ci sorride e ci guarda un po’ stupita, troviamo riparo dalla forte pioggia che sta rendendo impraticabili le stradine fangose, presso una casa di legno costruita su palafitta.
All’interno vivono una giovane donna ed il suo bambino di pochi mesi; ci vengono offerte banane e té.
Non incrociamo nemmeno un veicolo a motore, la gente è impegnata nei campi o in piccoli lavori artigianali, come il confezionamento di reti da pesca.
Il villaggio è incredibilmente silenzioso, ogni tanto dalle finestre delle due grosse scuole giunge il coro dei ragazzini che imparano a memoria gli slogan imposti dal governo. Si possono sentire anche le preghiere dei monaci provenire dall’antico monastero costruito interamente in legno tek, che si trova proprio sulla riva del piccolo lago.
Un centinaio di chilometri a nord del lago Inle sorge Hsipaw che, a causa delle restrizioni governative, si raggiunge solo dopo due giorni di autobus, percorrendo tratti di strada in condizioni disastrosi, ma immersi in un fantastico paesaggio collinare.
A causa delle avverse condizioni metereologiche un ponte è parzialmente ceduto e rimaniamo per circa sei ore in attesa che diversi volenterosi camionisti lo rendano nuovamente agibile.
Hsipaw è una cittadina di poche migliaia di abitanti, c’è una strada principale, un mercato mattutino da cui giungono i commercianti dai villaggi limitrofi, un cinema, la pagoda e qualche ristorantino.
Ad accogliere i pochi visitatori la Guest House di Mr Charles, che si è inventato un’attività turistica in questo luogo fuori dal mondo, organizzando escursioni nella campagna circostante, e lungo il fiume che divide in due il paese.
A piedi ci avventuriamo alla scoperta dei dintorni, camminiamo attraverso verdissime risaie, cascate, villaggi di poche case, dove il tempo si è fermato e l’uomo vive in simbiosi con la natura.
I campi vengono arati con attrezzi di legno trainati dai buoi, a seminare ci pensano le donne con i loro cappelli di paglia.
Non lo so se le zone da noi visitate rispecchiano veramente quelle che sono le condizioni di vita di tutto il popolo birmano, se questo senso di pace sia creato apposta per l’occhio del turista.
Il regime oppressivo, i prigionieri politici, i lavori forzati, le torture, i soprusi, ci sono, ma sembrano cosi lontani da quello che abbiamo visto noi.
I soldati sono ovunque, per le strade, nei mercati, sulle montagne a coltivare l’oppio, ma la gente non sembra curarsene troppo, anche se quando ho domandato ad un ragazzo durante un’escursione sulle montagne di Kalaw, se sapeva spiegarmi il perché io non posso girare liberamente il paese, lui mi ha risposto “non te lo posso dire, potrebbero sentirmi”.

di Simone Contin
fotografie Ilaria Pagani e Simone Contin

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Postato il Giovedì, Marzo 22nd, 2007 alle 09:10 in Numero 4, Trip-Myanmar. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

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