Punti di vista

Erano i primi giorni di una calda primavera di un anno fa, lo ricorderò sempre, mi stavo radendo come tutte le mattine ma d’ un tratto incrociai lo sguardo di quell’ uomo nello specchio, quella persona che mi stava guardando non ero io, guardavo me stesso ma vedevo un altro, fu un attimo ma in quel momento capii che qualcosa non andava nella mia vita, mi mancava qualcosa, non sapevo ancora cosa ma mi parve in quel momento evidente che la mia strada non era quella dove stavo camminando.
Fin da giovane ho avuto una passione viscerale per i viaggi, per le esperienze diverse, per i panorami e le facce diverse da quelle che mi attorniavano, crescendo le curiosità aumentarono, il mio primo viaggio zaino in spalla risale al 1988, a quel tempo, con i miei 17 anni ancora da compiere ero poco più di una mascotte per i miei più adulti ed esperti compagni di ventura, un viaggio a zonzo per la cara vecchia Europa, Zurigo, Strasburgo, Bruxell, Rotterdam, Amsterdam, Bunnik, Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Monaco di Baviera, Innsbruck, Merano, Milano.

A quei tempi e negli anni a seguire i miei coetanei andavano al mare, chi a Riccione, chi in Liguria, io facevo il mio biglietto Inter-Rail, mi caricavo uno zaino in spalla e via, alla spera-in-Dio, a volte in compagnia, a volte da solo ma sempre con quella sensazione di libertà che m’ inebriava, che mi dava la carica.
Venne poi il mondo del lavoro, quello vero, quello che ti prende giorno dopo giorno, quello che ti fa dimenticare te stesso promettendoti un futuro “roseo” fatto di sicurezze, fatto di sacrifici atti al raggiungimento di un qualcosa chiamato benessere, i cui discepoli sono altre cose chiamate denaro, televisione, aperitivi, computer, telefonini, eccetera, eccetera.

Provai quindi ad andare più lontano, i primi viaggi extra-Europa, le prime esperienze asiatiche, le sorprese che diventavano sempre più grandi, la curiosità invece di placarsi aumentava mese dopo mese, in attesa di una vacanza, un mese nel migliore dei casi, in cui respirare, un’ annuale parentesi in cui essere finalmente me stesso.

A 32 anni sentivo di dover far qualcosa per quell’ uomo che avevo visto allo specchio, mi sono accorto che aveva bisogno d’ aiuto, per quanto tempo aveva trattenuto il respiro?
Da quanto tempo si era perso? Dove aveva sbagliato?
Cercai di ripartire dalla cosa che più m’ aveva dato soddisfazione, da quelle esperienze che più d’ ogni altre mi avevano donato benessere, nel senso più profondo del termine.
Una manciata di mesi dopo, gli avvenimenti si susseguirono con estrema semplicità, fluidi e naturali, dimissioni, un biglietto Milano-Bangkok solo andata, un saluto agli amici più cari e via per la mia strada, le persone che mi conoscevano non fecero nulla per fermarmi, si congratularono anzi per il coraggio di una scelta che loro sapevano essere stata per troppo tempo sopita nei meandri del mio essere.
Le persone che meno mi conoscevano, i colleghi, rimasero scioccati da 2 cose, il fatto che fossi da solo e la lucida determinazione che mi guidava.
Io non avevo molto da dire allora come non ho molto da dire oggi in questo senso, tutti quei “perché?” che attanagliavano anche me stesso erano all’ improvviso diventati risposte, piano piano era cambiata la prospettiva delle cose, mi rendevo conto di vedere benissimo quello che stavo facendo, la forza della consapevolezza, la soddisfazione di aver ripreso il comando di me stesso, la serenità di porsi altre domande, “Perché stai 8 ore davanti ad un computer?”, “Cosa spinge un essere umano a circondarsi di oggetti piuttosto che d’ esperienze?” e soprattutto “Perché mancare di rispetto a quell’ importante persona, che poi siamo noi stessi, privandola dei piaceri più profondi, i piaceri dell’ anima, qualunque essi siano?” Non trovai risposte a queste domande ovviamente, ma ricordo con simpatia un commento in particolare: “Ti auguro di trovare quello che cerchi.”
Il punto è che io non cercavo proprio nulla! L’ impiegato medio si augura di trovare quello che cerca la mattina mentre fa colazione? Per 11 anni io stesso non mi sono mai chiesto se accendere un computer tutte le mattine per 5 giorni la settimana fosse la cosa giusta, era giunto il momento di cambiare.
Un semplice cambio di prospettiva, ecco come sono andate le cose, guardare cose, persone e priorità da un’altra angolazione, un angolazione che trovai da subito molto stimolante.
Bangkok – Istanbul, via terra passando per il Tibet, con uno zaino che per questi mesi è stata la mia vera casa, ad inseguire quello che per tanti giorni, forse mesi, m’ è sembrato poco più di un miraggio ma che col passare del tempo è divenuta magica realtà, la cosa strana è che una volta rientrato vedo la cosa come la più naturale delle esperienze, molte persone si dicono ammirate, mi fanno complimenti che sinceramente fatico ad incassare, faccio io i complimenti a coloro i quali tirano avanti privandosi dei propri sogni, a tutti quelli che tengono duro un anno intero, 50 settimane di duro lavoro, per poi magari andare 2 settimane al villaggio turistico all inclusive!
Ragazzi, avete la mia ammirazione, siete degli eroi! Sarcasmo? No, trattasi sempre di diversa prospettiva, non sono i mesi che fanno la differenza in questi casi, non sono i soldi o i Km. che mettiamo tra noi e i posti da dove partiamo bensì lo spirito che ci anima, che ci spinge a fare tali esperienze.
Ricorderò sempre un episodio assai singolare, ero in Thailandia, ultimo giorno di una breve vacanza di qualche anno fa, una mia collega si era aggregata all’ ultimo momento, stavamo lasciano il paradiso di Phi-Phi island col traghetto e di lì a poche ore ci saremmo ritrovati nella nebbiosa e autunnale Milano, la mia compagna di viaggio vedendomi triste e pensieroso mi disse: “Non sei contento? Torniamo a casa!” Io la guardai, mi girai a dare un ultima occhiata all’ isola e sussurrai “Ma io sono già a casa!”.
Punti di vista, semplici diverse prospettive, le cose che ricordo con maggior piacere di quest’ esperienza sono gli sguardi delle persone, le mani che ho stretto, le case in cui sono stato ospitato, i luoghi che ho visitato in questi mesi e le nuove domande che ho iniziato a pormi, libertà, civiltà, tradizioni eccetera, sono solo dei contenitori vuoti, diventano concreti solo se riempiti di contenuti, di concretezza, non è libero colui il quale usa il telecomando, è libero chi spegne la televisione, se lo vuole, e si apre un libro o si ascolta un disco (ora si chiamano cd o MP3!), alla parola progresso la prima cosa che mi viene in mente è la medicina, nonostante stia scrivendo con l’ aiuto di un oggetto (il mio portatile) che forse più d’ ogni altra cosa rappresenta la modernità ai nostri giorni, ecco, quando il superfluo diventa indispensabile significa che abbiamo sbagliato strada, per come la vedo io.
La società che ci circonda non ci piace? La società è composta da noi stessi, da persone.

Se qualcosa mi ha insegnato quest’ esperienza è che spetta ad ognuno di noi renderla migliore, giorno dopo giorno, senza mai dimenticare quanto fortunati siamo noi che possiamo decidere. Ero in Cambogia, in un posto assolutamente inutile, uno di quei posti che ti fanno chiedere “Ma che ci faccio qui?” Incontrai un uomo, cambogiano, si sedette al mio tavolo e cominciammo a parlare, gli raccontai del mio viaggio, lui mi disse: “Devi essere un uomo molto ricco”, “Non sono ricco, non mi lamento ma non sono certo un uomo ricco” risposi.
L’ uomo ci pensò un attimo dopodiché mi disse sorridendo: “Allora sei un uomo molto fortunato!” Si, sono un uomo molto fortunato pensai e continuando a mangiare capii perché ero lì.

Luca Ticozzi

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Postato il Mercoledì, Febbraio 28th, 2007 alle 12:30 in Trip-Diari, Numero 3. Segui le risposte con RSS 2.0 feed. Puoi rispondere , o trackback dal tuo sito.

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