“L’Inferno Colombiano”
DALLE PAGINE DEL DIARIO DI PIETRO SUL SUO VIAGGIO IN COLOMBIA UN REPORT CHE TESTIMONIA COME LA LINEA DI CONFINE TRA INFERNO E PARADISO E’ A VOLTE SOTTILE…
Se provate ad entrare in un’agenzia di viaggi, per la Colombia vi proporranno solo una visita a Cartagena e, forse, all’isoletta caraibica di S. Andrès, mentre tutto il resto è “out”. Assolutamente pericoloso.
Addirittura nei siti governativi italiani viene fortemente sconsigliato di recarsi in Colombia.
Droga, guerra civile, sparatorie, la fama di questo paese caraibico a livello internazionale non si può dire sia delle migliori. Non che sia immeritata del tutto, ma certamente si può affermare che il viaggiatore che prende le dovute precauzioni, peraltro comuni a chi viaggia anche negli altri paesi latino americani, di tutto ciò non vedrà nulla.
Non maneggiare denaro contante in luoghi pubblici, non esporre oggetti di valore (gioielli, apparecchi elettronici, macchine fotografiche), vestire in modo semplice, prestare molta attenzione quando si esce la notte (ma anche di giorno nei quartieri più popolari e poveri), oltre a queste regole basilari che non bisogna mai dimenticare in America Latina, per andare in Colombia bisogna solo aggiungerne un’altra, e cioè evitare il più possibile di viaggiare la notte via terra (pericolo sequestri).
Ci sono anche alcune zone decisamente pericolose (a causa della guerriglia), ma queste sono anche fuori dai normali percorsi turistici, oltre ad essere assai impervie, ricoperte di fitta vegetazione e prive di viabilità interna, risultando quindi poco accessibili comunque.
Se però supererete questi timori, scoprirete un paese che vi affascinerà, più che per la sua natura rigogliosa che prorompe dappertutto, più che per il mar dei Caraibi che comunque val la pena di visitare, più che per gli incantevoli musei della capitale, senza dubbio per la particolare cordialità e gentilezza della sua “cariñosa” popolazione, che per questa sua caratteristica si differenzia dai paesi vicini. Il tutto a costi veramente ridicoli e… al
ritmo di salsa!
Ecco qui sotto un “assaggio” di ciò che si può trovare girando in uno dei paesi più “malfamati” del mondo! (Brano del mio diario di viaggio)
Dopo un paio di giorni di tranquillo relax marino, programmo di andare a visitare il vicino Parque Nacional Tayrona, bellissima zona verde costituita da una fitta foresta pluviale che gradatamente discende da una zona collinare fino alle bianche spiagge, ombreggiate da
palme da cocco che arrivano fino a pochi metri dal mare.
Ci si arriva prima in pulmino, poi con un fuoristrada ed infine a piedi o a cavallo.
Decido così di partire martedì mattina ma lunedì sera, mentre gironzolo nella via centrale di Taganga, mi ferma un ragazzo conosciuto qualche giorno prima il quale mi
propone di andare al parco con lui, che è una guida.
Mi propone un’escursione che lui definisce “naturalisticoculturale- antropologica”, che comprende una visita al Museo Tayrona di Santa Marta, trekking di 4 ore attraverso
la foresta, incontro e pernottamento con una famiglia di indios e infine 2 giorni di permanenza nelle spiagge. Il prezzo? Offerta libera, più le spese (vitto e trasporti)! Non posso non accettare, l’escursione assume ora tutto un altro valore rispetto alla sola escursione naturalistica che avevo programmato.
Devo però aspettare 2 giorni, in modo da andarci insieme a Christopher, una ragazzo svizzero conosciuto stamattina che vuol venire anche lui. E via, anche questa volta
piani rivoluzionati all’ultimo momento!
Luis, la nostra guida “per caso”, è un personaggio particolare. E’ appena uscito di galera, dove è rimasto per 4 mesi a causa di una canna di marijuana che la polizia gli ha trovato in tasca. In Colombia è vietata ogni tipo e quantità di droga, anche quella per uso personale e la polizia, piuttosto che perseguire i trafficanti (che sono molto potenti e quindi pericolosi) si accanisce con chi la usa (turisti compresi). Per non rinchiuderli in galera chiede cospicue tangenti, chi invece non ha i soldi per pagarle finisce dentro. Come Luis. Partiamo così giovedì mattina io, Luis, Christopher e le due ragazze conosciute sabato, Helen e Andrea. Prima tappa il Museo Tayrona, nella vicina città di Santa Marta. I Tayrona erano i più evoluti fra i popoli indigeni precolombiani ma furono anche la prima comunità che gli
spagnoli incontrarono al loro arrivo in Sud America.
Essi rimasero talmente sorpresi dalle loro ricchezze che, per non correre il rischio di perdere qualcosa, li massacrarono tutti. Iniziò così una ossessiva ricerca dell’oro
che diede luogo anche alla nascita della leggenda dell’El Dorado, mitico “cimitero” di oggetti d’oro che, tutt’oggi, non è mai stato trovato.
Dopo un frugale spuntino (alcuni pezzi di salsiccia fatta con chissà quale carne e cubetti di arepa calda, cioè frittelle di mais) comprato in una bancarella del caotico e
non certo profumato mercato, facciamo un salto in un market per acquistare il cibo
per la cena di stasera.
Per ricambiare l’ospitalità degli indios infatti gli offriremo
la cena. Poi via, 4 ore di cammino faticosissimo. I tre quarti della strada sono in salita, in
mezzo alla foresta, con più di 30° di temperatura ma, quel che è peggio, con un’umidità
altissima. Arriviamo praticamente fradici di sudore al villaggio.
- ANCHIGAAAA!
- ANCHIGAAAA!
Questo è il saluto in lingua india che Luis urla da lontano per avvisare gli indios del
nostro arrivo. D’altronde il telefonino loro non ce l’hanno e neanche l’e-mail, per cui
non sanno nulla del nostro arrivo. Il minuscolo villaggio è costituito da appena tre
capanne con tetto di paglia, poste accanto ad un ruscello.
Ci sono due uomini giovani, uno anziano, due ragazze (già con prole!), una donna
più grande e 5 o 6 bambini.
Sono tutti vestiti di bianco.
Solo gli uomini parlano spagnolo e accettano di parlare con i “forestieri” come noi. I bambini e le donne parlano solo la loro lingua india, e queste ultime sono in generale meno disponibili ai contatti con altre persone. Luis viene salutato e accolto da tutti con gioia. E’ da più di 4 mesi che non viene a trovarli (causa la galera!) e ci fa presente che lui è l’unico al quale gli indios permettono di restare nel villaggio e dormire anche quando viene con turisti. Le altre guide, e gli altri turisti che passano qui nel parco, sono tollerati solo per
brevi visite, poi devono andare via.
Quando infatti (il giorno dopo) chiedo ad uno dei due uomini se le visite dei turisti diano loro fastidio, lui ammette di si perchè questi fanno sempre tante domande, tante
foto, li guardano continuamente, etc. D’altronde il loro piccolo villaggio si trova proprio al centro del parco per cui di turisti ne passano spesso.
Ma per noi è un po’ diverso. Siamo venuti con un loro amico e per di più abbiamo portato 4 bustoni di viveri.
Ce n’è per la cena di stasera e ne avanza pure per qualche altro giorno. Luis ha anche la bella idea di portare un piccolo mappamondo ai bambini, per fargli vedere come
è fatto il mondo e da do ve veniamo noi e gli altri turisti che passano qui. In effetti di scuola non ne ha mai fatta nessuno di loro e televisione non ne hanno, tuttavia le notizie più grosse arrivano anche qui, come ad esempio sullo Tsunami in Oriente. Dopo un po’ iniziano i preparativi per la cena. Code di serpente, lingua di tartaruga,
cuore di macaco, cosa pensate abbia mangiato in questo villaggio in mezzo alla foresta, dove gli indios vivono come qualche secolo fa? Spaghetti alla bolognese!!
Luis infatti ci spiega che gli indios vanno matti per la pasta per cui inizia a preparare
il ragù. Bè, almeno ho potuto spiegargli che quel piatto era originario del mio
paese! Dopo cena i due uomini ci fanno un piccolo concerto con due strumenti a fiato e una maracas, durante il quale assaggiamo…le foglie di coca!
Sono pochine per avere un qualsiasi effetto stupefacente, ma è giusto per sentire il sapore. Sono secche, vanno masticate un po’ per farle ammorbidire e poi si tengono fra la guancia e le gengive, come i criceti!
Vicino a me ci son Luis ed Helen che parlottano un po’ dei fatti loro. Lavoro, vita di
tutti i giorni, etc. Quando Helen gli dice che a breve, per lavoro, si dovrà spostare in una cittadina più a Nord, Luis le risponde abbassando di molto il volume della sua voce. La cosa però attira ancora di più la mia attenzione.
E’ dai discorsi che la gente locale tiene fra di loro che spesso si conosce molto di più di un paese di quanto non ci venga raccontato (a noi turisti) direttamente.
Questo perchè a volte le informazioni che “volontariamente” ci vengono riferite sono filtrate dall’occasionale convenienza o interesse che possono avere verso il turista. Luis le dice che quella zona era in passato pericolosa per la presenza dei paramilitari dell’AUC (A.U.C.- Autodefensas Unidas de Colombia, temibile esercito privato orientato a destra spesso utilizzato dal Governo per eliminare personaggi scomodi come oppositori politici,
sindacalisti e giornalisti) ed Helen gli replica che ora è anche peggio. Un suo amico appena rientrato le ha detto che, periodicamente, i paras stanno riprendendo a fare la “limpieza”, cioè pulizia. Di che cosa? Di quelli che loro ritengono “pesi” o meglio “rifiuti” della società.
E cioè i barboni (che infatti in Colombia vengono chiamati “desechables”, letteralmente “vuoti a perdere”; la scritta “desechable” compare nelle bottiglie della Coca Cola), gli
omosessuali, i piccoli delinquenti. I paras girano in borghese, e quando trovano un barbon che dorme in un angolo della strada lo pestano oppure gli sparano direttamente un colpo in testa. Per questo la notte i desechables cercano di stare svegli e di dormire solo di
giorno. Luis poi le dice che da poco si è comprato un nuovo vestito, non certo per il gusto di farlo ma per evitare proprio i problemi della “limpieza”, visto che anche lui talvolta dorme per strada. Il vestito nuovo praticamente è il suo “lasciapassare” per poter dormire o circolare per strada più tranquillamente.
Non intervengo nell’argomento solo perchè ho notato che parlavano a voce bassa, forse per timore (o vergogna) che noi stranieri veniamo a conoscenza dell’inferno che si nasconde in questo apparente paradiso.
La notte dormiamo in una capanna e il giorno dopo salutiamo tutti e ci avviamo verso la spiaggia, incontrando nel tragitto diversi resti della città precolombiana
“Pueblito”. La spiaggia (Cabo San Juan) è bellissima.
Sabbia bianca e belle palme da cocco. In acqua ci sono anche tante rocce di granito levigate dal mare, che ricordano tanto quelle del Nord Sardegna. In più c’è un piccolo campeggio dove si può affittare un’amaca a 5000 pesos a notte (1,60 euro), servizi con WC e doccia
(senza lavandini) e un piccolo ristorante bar. Nient’altro, solo natura intorno. Che dire, il pernottamento più economico di tutta la Colombia mi capita proprio in un angolo
di paradiso. La notte ci uniamo ad un gruppo di ragazzi che son accampati vicino alla spiaggia, davanti ad un bel fuoco. Ci son due giocolieri colombiani che fanno volteggiare
torce accese, ci son due ragazze europee (Olanda e Francia) che sono in viaggio anche loro da sole, due guide turistiche (due ragazzi di Santa Marta) e noi 5. Ci offrono il mate, bevanda argentina simile ad un thè forte, e poi rum. Sono tutti molto gentili.
Per ricambiare vado al bar e prendo altro rum, che qui vendono in brick da 1 litro. Inutile dire che del rum non ne rimarrà neanche una goccia. Inutile anche dire che poi non c’è voluto m o l t o tempo per prendere sonno, con grande gioia delle 44.000 zanzare che, in fila per sei col resto di due, mi hanno punto ogni centimetro di pelle scoperta e non, arrivando anche a pungere attraverso i jeans. Riporterò così integra in Italia la mia bella bomboletta di OFF spray (repellente per insetti) felice di aver attraversato mezzo
mondo senza essere stata neanche aperta. Il giorno dopo si rientra.
Nell’ultimo tratto il pullman viene fermato ad un posto di blocco. Sale un militare armato fino ai denti e ordina agli uomini di scendere. Embè, e le donne perchè no??
Giù solita perquisizione con le mani in alto poggiate al bus, che però questa volta furbescamente riesco ad evitare mettendomi alle spalle del militare che sta “palpando”.
Ma poi al controllo documenti vengono trattenute solo due persone fra tutti i passeggeri: Christopher e io!
Lui non ha il passaporto, io invece ce l’ho ma in fotocopia.
Ma come, non si capisce che siamo due semplici turisti, con le facce e gli abiti da turisti? Ma il militare, con la faccia e l’abito da militare, non è convinto e si consulta con il comandante. Poi forse vedono come siamo conciati e capiscono che di soldi non ne dobbiamo avere tanti appresso, e ci lasciano andare.
Risalgo sul pullman e trovo posto a fianco di un uomo che ha in mano un pollo vivo, tenuto per le zampe a testa in giù. Il pollo è tranquillo, sembra ormai rassegnato al suo prossimo futuro culinario ma, ogni tanto, ci ripensa e prova a ribellarsi, starnazzando. Dall’altro lato del mio sedile c’è una ragazza francese che si impietosisce per la bestiola e inizia a protestare verso il “señor colombiano”, il quale però la ignora completamente.
Lei allora ci prova un’ultima volta dicendogli che non può tenerlo così, perchè è una tortura. L’uomo allora si gira e, pacatamente, le risponde:
– No es una tortura, es una comida! – (Non è una tortura, è una cena). Tutti quelli vicini
iniziano a ridere, io compreso. La francesina dal viso candido incassa la sconfitta e non apre più bocca, consolata dal suo ragazzo (colombiano) che ogni tanto ci
ripensa e si mette a ridere anche lui!
Non potevo trovare luogo migliore per concluderei il viaggio colombiano. E pensare che la settimana scorsa, a Cartagena, un ragazzo italiano che vive lì da alcuni anni mi sconsigliò fortemente di andare al Parque Tayrona. Diceva che l’anno scorso i guerriglieri avevano
sequestrato un gruppo di turisti. Bah, anche questa volta il non ascoltare gli avvertimenti allarmistici che abbondano sulla Colombia mi ha permesso di scoprire un posto incantato.
Andate in Colombia, gente, andate!
di Pietro Messa
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