Kulturkrok, gli svedesi
Se dico Svezia vi verranno in mente immagini del tipo: renne, fanciulle in camicia da notte con candele in testa, l’Ikea. Oppure, per via di una recente polemica a proposito di uno spot della TV svedese Svt poco ossequioso nei confronti del nostro premier, penserete a un paese all’avanguardia nel civile e nel sociale.
Immettendo come parametri di ricerca su Google.it le parole “Svezia” o “svedesi”, emerge un panorama piuttosto scarno quanto significativo: da un lato le associazioni culturali e le ambasciate cercano di imporsi all’attenzione di un pubblico disinteressato e, dall’altro, i parametri di ricerca si associano curiosamente ad altri termini come “sesso” e “ragazze”.
C’è poi qualche sventurato che ammonisce i connazionali sulla natura degli svedesi, nel tentativo di dissuadere chi avesse concepito aspirazioni traslochistiche verso il grande nord dal folle proposito. Proprio ciò che fa al caso nostro, ovvero stralci di esperienze vissute su cui si può condurre un simpatico esperimento: si estrapolano dal testo gli aggettivi con cui vengono insigniti gli stranieri in questione e si ordinano in base alla ricorrenza statistica. Senza pretese di scientificità, aggettivi che si impongono all’attenzione sono: asociali, razzisti e… un fiorito appellativo sulla scarsa gentilezza delle donne svedesi.
Proviamo allora a ricostruire i loro pregi e difetti grazie a un’italiana trapiantata in Svezia, con alcuni significativi episodi di kulturkrock (“shock culturale”).
Vita vissuta
“Gli svedesi si sentono un po’ come la coscienza del mondo; ritengono ad esempio che la loro presenza nel parlamento europeo sia fondamentale per indicare la retta via su questioni ambientali o simili. Riescono un po’ meno quando devono fare da coscienza a se stessi. La Svezia è forse il paese dove maggiormente imperversa la moda di comprare libri e seguire programmi di cucina… ma in cui la gente cucina meno. Un’amica mi aveva promesso di preparare una zuppa tipica svedese. Si presenta con un barattolo Findus con la suddetta zuppa già pronta e solo da scaldare.
Lo svedese é schematico, non può vivere senza un’agendina su cui segnare anche le attività giornaliere più scontate, ad esempio “Ore 12: mangiare il lunch”.
Una coppia di nostri conoscenti declinò una volta un invito a cena ‘perché il giovedì é il giorno in cui andiamo a fare la spesa settimanale’.
Gli svedesi poi non amano le sorprese e vogliono una descrizione accurata di cosa li aspetta, anche prima di un concerto per radio o di un film alla TV. Gli svedesi sono sportivi fino al masochismo; una conoscente di circa 50 anni mi ha raccontato di quando fece una gara in bicicletta sotto pioggia e vento sferzante e di quanto sia stato piacevole.
L’etichetta a tavola per gli svedesi consiste nell’apprezzare esageratamente il cibo che viene servito (prima ancora di aver mandato giù il primo boccone), nel ringraziare per il cibo (tack för maten) e nel ringraziare gli ospiti la volta successiva (tack för senast, letteralmente “grazie per l’ultima volta”); di norma si dovrebbe richiamare entro la settimana successiva proprio per dire tack för senast.
L’etichetta non include frasi del tipo “buon appetito” o l’attendere che tutti i commensali siano seduti a tavola prima di iniziare a mangiare, cosa molto irritante per noi!
Baci e abbracci vengono usati con molta parsimonia.”
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