Ushuaia: a la fin del mundo
USHUAIA (Day 8 - 12 febbraio 2005) - E io che non volevo venire fino a qui. Ho lasciato El Calafate in una giornata piovosa e cielo completamente coperto, che non mi ha permesso purtroppo di apprezzare il panorama dall’aereo, ma pochi minuti dopo il mio atterraggio il cielo si è aperto di nuovo, grazie anche al vento che qui soffia costante e spesso impetuoso, regalandomi un altro dia muy lindo. Tecnicamente, per pochi Km, il posto abitato piú a sud del mondo è Puerto Williams in Cile, ma quattro case non valgono una cittadina di 50.000 abitanti, incastonata tra mare e monti. Ushuaia è la fin del mundo, principio de todo. Dopo di lei ci sono solo, lo Stretto di Magellano e poi, 1000km piú in basso, l’Antartide.
Un po’ di riposo in ostello, dove ho passato un paio d’ore a chiacchierare con una ragazza per metà di Hong Kong, per metà inglese e per intero un gran bel pezzo di minètte, bevendo mate e scambiandoci guide e consigli di viaggio. Lascio la minètte purtroppo al suo ragazzo e vado a zonzo per la cittá, prenoto quello che sará il mio 6° aereo in 10 giorni (è vero avevo promesso basta, ma quando ti costa una decina più di euro dell’autobus e ti fa risparmiare 7 ore di viaggio, considerando che dopo devi prendere un altro bus e starci su per almeno altre 14 ore, non faresti lo stesso?), quindi vado al Museo della Fin del Mundo, che mi permette per la prima volta di beneficiare all’estero del mio tesserino di giornalista. Il Museo è piccolo, ma merita. Ogni ora parte la visita guidata in spagnolo (inclusa nel prezzo d’ingresso, cioè 10$, 5 per gli studenti, 0 per i giornalisti). Come ieri al Perito Moreno, la guida si rivela un bel valore aggiunto.
Continuo a passeggiare sul lungomare e incontro Gonzalo, cileno di Santiago. Volto scolpito da sole e vento, sembra un hippie, ma piú che altro è un mochillero, cioè un backapacker o saccoapelista. Il Sudamerica ne é pieno. Qui il viaggio c’è l’hanno nel sangue. E il fatto di parlare la stessa lingua in tutto il continente aiuta parecchio, anche se non é quello il motivo principale. Mentre fumiamo una sigaretta mi racconta la sua filosofia di vita: carpa (tenda), dedo (dito, cioè autostop), y sin plata (senza un soldo in tasca).
“Parto e non so dove arrivo. Dormo dove capita, mangio quello che mi offrono, ma non devo dare soldi a nessuno per occupare la mia terra. Questo è il mio continente e tutto quello che è in sudamerica appartiene a ogni sudamericano.” Ma non hai paura a dormire solo in strada gli chiedo? Io ho fiducia nel prossimo e qui la gente ti ripaga di questo. Qui la gente è linda (pulita), mi risponde.
Suerte Gonzalo, io devo andare all’internet cafè e al mio piú rassicurante e assai meno fascinoso stile di vita.
CLAUDIO
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